Kento: ‘Al giorno d’oggi, se non ti accorgi che il rap e l’hip hop sono le forme di espressione più diffuse, significa che vivi in cima a una montagna o in fondo al mare’

Una trasmissione sulla Rai – in particolare su RaiGulp – dove parla di rap e hip hop ai più piccoli; un libro per ragazzi sulla storia dell’hip hop e tanta, tanta musica nell’arco di una carriera più che decennale. Questo è Kento in estrema sintesi. Ma Francesco-Kento è anche molto di più: è, intanto, una persona molto impegnata nel sociale, con i suoi laboratori nelle scuole, nelle comunità di recupero e nelle carceri minorili. E’ impegnato nella lotta alla mafia, con laboratori didattici e di sensibilizzazione all’antimafia. Scrive anche su ‘Il Fatto Quotidiano’, dove tiene una rubrica. Insomma, parlare di Kento ‘solo’ come rapper è davvero riduttivo, ma questa è un’evidenza che spicca agli occhi non appena si inizia a chiacchierare con lui. Ed ecco come un’intervista può diventare una piacevole chiacchierata alla scoperta di una persona che ha molto da dire e raccontare.

Partiamo dalla trasmissione: che effetto ti fa parlare di hip hop su RaiGulp, cioè portare l’hip hop nel mainstream?
«Sicuramente sono molto soddisfatto. Sento la responsabilità di questo appuntamento, perché è un palcoscenico importante su cui vado a parlare di hip hop e voglio provare a farlo al meglio, nella maniera più fedele possibile e più filologicamente corretta possibile, tenendo sempre conto che si tratta di una trasmissione per ragazzi e, quindi, dove comunque essere accessibile ai più piccoli.
Dall’altro lato, ti posso dire che io mi approccio ai media mainstream sempre con un minimo di circospezione, perché il fatto che il rap abbia finalmente questi spazi su determinati palcoscenici, non significa che ci sia apertura visionaria nei confronti del rap. Anzi. Visionario sarebbe stato farlo 20 anni fa. Oggi ti direi che siamo in ritardo, se siamo dovuti arrivare al 2020 per avere uno spazio del genere. E’ solo che, finalmente, le persone intelligenti che stanno in Rai si sono rese conto che, per arrivare a un pubblico più ampio di giovani, ma non solo di giovani, è indispensabile includere il rap. Quindi, ci vado con molta umiltà, ma anche con molta convinzione e, anche se con i piedi di piombo, ho provato a fare tutto al meglio».

Che reazioni hai riscontrato a fronte di questa tua scelta?
«Francamente, mi sono arrivate anche non poche critiche. Mi sono arrivati numerosissimi apprezzamenti, auguri e incoraggiamenti, ma anche delle critiche. Ci stanno, fino a un certo punto, perché non è possibile mettere d’accordo tutti e ogni scelta che fai, se è importante, darà fastidio a qualcuno e qualcun altro sarà in disaccordo. Da parte mia, però, il mio lavoro è quello di far arrivare il contenuto a quante più persone possibile e, fino a quando io ho il controllo sul contenuto, cioè, fino a quando la trasmissione la scrivo io, come l’ho scritta in questo caso, allora mi posso mettere a sedere al tavolo con chiunque, pure con il diavolo. Quindi, in sostanza, sì, arrivo a RaiGulp con umiltà, ma anche con convinzione su quello che ho da dire».

Ma, secondo te, c’è stato un cambio di mentalità da parte del mainstream nei confronti dell’hip hop e del rap?
«Al giorno d’oggi, se non ti accorgi che il rap e l’hip hop sono le forme di espressione più diffuse, significa che vivi o in cima a una montagna o in fondo al mare. Non c’è da scegliere. Non è una scelta al giorno d’oggi. Non puoi, secondo me, raccontare la società di oggi senza raccontare l’hip hop. Penso che l’hip hop sia il rock’n’roll degli Anni Duemila: come il rock ha raccontato la generazione dei nostri genitori, l’hip hop racconta la nostra generazione. Nel bene e nel male. Non dico che sia tutto buono o tutto giusto o tutto bellissimo e questa è una cosa molto più ampia di quello che si sente in giro. Sai, quando sento dire: ‘l’hip hop è il linguaggio dei giovani’, mi viene il prurito. E’ come quando sento dire ‘internet è il futuro’. No, per la miseria, nel 2020 è il passato e, nel 2020, l’hip hop è il linguaggio di tutti, giovani e non giovani. Di tutti. Che se ne accorgano o no. E perché ti dico questo? Perché tutte le hit che ascoltiamo, pure la peggiore musica pop, ha comunque quella ritmica rubacchiata dall’hip hop. Perché tutte le pubblicità e tutte le forme di arte visiva contemporanea sono influenzate dalla street art. Perché tutto l’abbigliamento, dalle Jordan al cappellino con la visiera, che oggi tutti mettono, vent’anni fa, se li indossavi, eri un alieno o un drogato. C’è una pubblicità di un prodotto come i Sofficini (è la Nutella ndr) che dice ‘Sei un king’: ecco usa un lessico rap. Il ‘king’ era il writer più forte di tutti a fare i graffiti. Questa cosa non la sa quasi nessuno, ma queste sono delle forme derivative della cultura hip hop. La gente, quindi, utilizza l’hip hop senza nemmeno accorgersene ed è francamente arrivato il momento di cominciare ad aprire loro gli occhi su questa realtà».

Credi sia semplice riuscire a far aprire gli occhi?
«Non è facile, ma arriva il momento in cui se uno non vuole aprire gli occhi, arriva la realtà a farlo con il crick. Penso che al giorno d’oggi succedano determinate cose, perché non è più possibile ignorare la cultura hip hop. E’ una cosa così grande che toglierla, significa togliere una buona parte della narrazione contemporanea. Il venire da un periodo come quello della mia giovinezza mi aiuta a vedere con un occhio diverso tante cose che succedono oggi. Sono contento, adesso che sono adulto, di non avere determinate opportunità e determinati spazi e, quindi, l’età e il tempo passato mi aiuta a gestirla in maniera più serena e più sana, probabilmente senza ubriacarmi di determinate cose. Quando vedo i rapper più piccoli che arrivano al successo a 17 o 18 anni e fanno stupidaggini ed eccessi in maniera proprio pessima, un pochino mi viene da sorridere e penso: ‘ok, se avessi fatto tutti quei milioni alla loro età, forse lo scemo lo avrei fatto anch’io’. Diverso è quando vedo che fanno gli scemi rapper di 40 o 50 anni: anche in quel caso mi viene da sorridere, ma in modo diverso».

Come vedi, tu oggi il mercato musicale italiano?
«Per me la definizione ‘mercato musicale’ è di per sé un ossimoro, perché se ‘musica’ significa ‘cultura’ e ‘mercato’ significa ‘vendere le cose’, capisci che già i termini sono in contraddizione. Quindi, già quando parlo di ‘mercato musicale’, c’è qualcosa che non va, perché sto parlando di ‘mercato’ e non di ‘musica’ e quando parlo di ‘musica’ non posso parlare di ‘mercato’: sono due cose autoescludenti. Il prodotto del mercato musicale non è la musica. Il prodotto del mercato musicale è l’artista. E questa è una cosa che impara subito chiunque inizia a fare musica, a qualsiasi livello: il prodotto non è più la musica, ma il prodotto sei te. E’ una cosa che funziona nel bene o nel male: molti artisti vendono più magliette che cd per esempio e questa è una cosa di cui bisogna tenere conto. Ci sono i gadget dei rapper, ci sono i diari scolastici dei rapper. Quando eravamo piccoli noi, questa cosa era impensabile, ma si spiega proprio con il fatto che adesso il prodotto non è la musica, ma il musicista.
Ti parlo del rap, perché è il genere che conosco meglio. Al giorno d’oggi, il rap è un genere mainstream e come tutti i generi musicali, quando diventano mainstream, finiscono per rispecchiare la società a cui si iscrivono nel bene e nel male. Se nella società italiana c’è il bene e il male, nel rap c’è il bene e il male, quindi è una risposta liquida: c’è tanto di buono e tanto di negativo. Anch’io beneficio del fatto che il rap sia mainstream anche che vengo dall’underground e ho un’esperienza legata più alla strada che ai salotti delle majors. Se lo stesso programma lo avessi proposto alla Rai 15 anni fa, mi avrebbero detto ‘No grazie, non ci interessa’. Magari mi avrebbero anche detto ‘Ah, figo, ma non ci interessa: non lo guarderebbe nessuno’, invece me lo hanno proposto loro. Il fatto che il rap sia diventato mainstream aiuta anche noi dell’underground. Quando ho pubblicato il mio primo disco da solista era il 2009 e facevo 15 concerti l’anno. L’ultimo anno prima della pandemia ne ho fatti 70 tra concerti e ospitate. E questo a cosa è dovuto? Al fatto che sono diventato bravo? Si, certo, sono cresciuto, ma non è questo. E’ dovuto al fatto che ci sono più posti dove suonare. Ci sono più persone che vengono ai concerti e, quindi, il meccanismo si autoalimenta e ho potuto lasciare l’altro lavoro che facevo e dedicarmi alla musica a tempo pieno, cosa che con 15 concerti l’anno non avrei potuto fare».

Cosa ne pensi dei contenuti del rap mainstream che gira oggi in radio, in tv e in streaming?
«Contenuti leggeri assieme a contenuti pesanti ci sono oggi e c’erano anche ieri. Non è che quello che è nuovo è tutto bello e quello che è vecchio era tutto brutto, ma neanche viceversa. Bisogna avere un orecchio specifico sempre. Tutti quanti abbiamo il ricordo dell’epoca d’oro di Tupac, di Notorius, di Wu Tang, ma non è che negli Anni Novanta non ci fossero dischi di merda. Uscivano delle cose veramente brutte anche allora, solo che, fortunatamente, le abbiamo dimenticate. E’ così anche adesso: escono delle cose brutte ed escono delle cose belle. Secondo me, l’importante è avere un ascolto critico come ce lo avevamo vent’anni fa».

E, secondo te, i ragazzi di oggi lo hanno questo ascolto critico?
«Ce l’hanno né più né meno di quanto ce lo avevamo noi alla loro età. Il lavoro da fare è aiutarli a costruire un senso critico; a pensare con la propria testa e a poter ascoltare un rapper che dice delle stupidaggini nelle canzoni, magari ballare e divertirsi, ma sapendo nella loro testa che quelle sono stupidaggini che lasciano il tempo che trovano, che un rapper non è per forza uno scemo, ma non è nemmeno detto che sia un maestro di vita».

I tuoi testi non sono sicuramente semplici, ma sono impegnati e impegnativi: qual è il pubblico al quale ti rivolgi in linea di massima?
«Cerco di arrivare a quanta più gente possibile. Cerco di fare ottima musica non solo con un bel contenuto, ma anche accattivante dal punto di vista musicale, del sound e che possa arrivare a tutti. La mia fascia di ascolto è un po’ più grande, perché la maggior parte dei ragazzi che mi ascoltano sono sui 18-20 anni, che è un pubblico molto vecchio per il rap, poiché il target di molti miei colleghi sono i 12-14 anni. Sto facendo delle cose per ragazzi adesso, ma sto facendo anche delle cose per quelli più grandi, perché voglio arrivare a tutti. Non ti dico che faccio rap per mia mamma e mio papà, però sono contento se faccio una canzone e mia mamma e mio papà la capiscono e, magari, l’apprezzano pure».

Questi progetti editoriali e televisivi ti hanno allontanato dalla musica, cioè ti sei preso una pausa, oppure continui a portare avanti anche il tuo percorso musicale?
«In realtà il disco è pronto, però adesso ho bloccato l’uscita, perché non voglio far uscire un disco che non posso suonare in giro. Poi, nei prossimi mesi si vedrà e, se il divieto di concerti dovesse prolungarsi, si valuterà anche se farlo uscire ugualmente. Se tutto fosse stato normale, a questo punto avremmo annunciato la data di uscita del disco. Non lo abbiamo fatto perché per me la dimensione live è imprescindibile: in questo momento non puoi suonare, quindi abbiamo deciso di aspettare un altro po’. Il disco comunque è pronto e voglio anche prendermi il tempo che merita per seguirlo, perché è una delle cose più belle che abbia fatto e scritto e quindi lo merita».

Come dicevi prima, per te la parte musicale è molto importante e lo abbiamo visto: sai passato dai ritmi reggae con i Kalafro, poi sei approdato a suoni più soul e adesso? Cosa dobbiamo aspettarci?
«Roba nuova. Ci possiamo aspettare di divertirci. Ho voglia di mettermi alla prova, di sperimentare. Ho voglia di fare cose che non ho mai fatto, di giocare con ritmiche diverse, metriche diverse, anche con cose che faranno un po’ storcere il naso ai puristi, però sono sempre io, la penna è sempre la mia e, se riesco ad essere divisivo, creare polemiche e fare casino, sono sempre contento».

Del resto, per un artista è importante evolversi…
«Io mi devo divertire: se faccio sempre le stesse cose non mi diverto».

Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?
«E’ una domanda difficile, perché sono parecchie le cose che mi hanno influenzato. Dal punto di vista musicale, sicuramente la grande tradizione dello Spoken Word: da Gil-Scott Heron a Linton Kwesi Johnson a molti altri. La grande Spoken Word è qualcosa che mi ha colpito e influenzato molto. In Italia, Tenco e Guccini: sono cresciuto ascoltando quella musica che per me è imprescindibile. Ma sono anche un lettore e mi piace molto la poesia, come il leggere in generale. Fai conto che il libro che ho in questo momento sulla scrivania è ‘I ragazzi di Nichel’ di Colson Whitehead, che tra l’altro ha vinto il Premio Pullitzer in questi giorni: è un libro straordinario che parla di una casa detentiva per minorenni. Un’esperienza che sento vicina a me, perché faccio dei laboratori nelle carceri».

Pensi che collaborerai ancora con Easy One?
«Mi auguro proprio di si. In questo momento ci sentiamo molto spesso su WhatApp sia con lui che con il resto dei Kalafro. Ci vogliamo moltissimo bene. Sai cos’è? Adesso siamo sparsi in tutta Italia: c’è chi è a Reggio Calabria, ci sono io che sono a Roma, Bruno è a Milano, Nicola in Emilia Romagna. Loro chiaramente hanno fatto anche delle scelte di vita diverse e questo rende più complicato il tutto rispetto a quando si è ragazzini, ti ubriachi, vai in saletta e fai musica. Adesso che siamo tutti grandi, qualcuno di loro ha pure messo su famiglia, la cosa diventa più difficile. Se decidiamo di fare un pezzo come Kalafro, ci teniamo che sia all’altezza. Mai dire mai. Speriamo che succeda».

Una delle tue canzoni più belle ‘Mia’ non è mai stata pubblicata su disco: come mai?
«Perché uscirà nel prossimo – dice ridendo –. In realtà, siccome il disco doveva già uscire, non so ancora se la metteremo come bonus track, ma, comunque, sarà nel prossimo disco. Se lo merita».

Nel ringraziare Kento per la chiacchierata – che in realtà sarebbe potuta durare ancora delle ore – non possiamo che augurargli il successo che merita anche in tivvù.

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