Dylan sognato a occhi aperti (recensione impossibile di una manciata di dischi di una vita)

Immaginate di aver attraversato il Paese su treni merci e mezzi di fortuna, per lasciare un  paesino sperduto nel nulla del Minnesota ed arrivare a New York.

E’ il 1962, avete 21 anni, amate cosi tanto la musica, i cantanti, i dischi di Folk, Blues, Rock and Roll, avete fatto 2500 km, per finire al Greenwich Village, il quartiere  più stravagante e bohémien della grande mela.

Tra qualche anno arriveranno Andy Warhol, Woody Allen, Lou Reed, Al Pacino, Jimi Hendrix, Bill Cosby, Bruce Springsteen, Bette Midler, Simon & Garfunkel, Liza Minnelli, ma per adesso il Village è il quartiere dei locali Jazz e degli affitti bassi, dove vivono in condizioni precarie i padri della nuova poesia americana: Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Gregory Corso, William Burroughs.

Immaginate di arrivare con la vostra chitarra in una notte di neve, di entrare al piccolo Cafe Wha o al Gaslight Cafè (i racconti mitici difettano per attendibilità), e chiedere un posto per dormire.

Freewheelin’ (1963) – The Times They’re a-changing (1964) – Another side of Bob Dylan (1964)

Immaginate quei mesi di incontri, esibizioni dal vivo, improvvisazioni, ascolti di dischi, amicizie con artisti di strada e poeti in fiamme. Immaginate il contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte. Immaginate la miseria, gli stracci, la droga rabbiosa, le camere con l’acqua fredda dei lavandini. Immaginate di incontrare il vostro eroe abbandonato in un letto di ospedale,  di ascoltare le sue parole e restituirgli una canzone fluttuante nel buio soprannaturale della città.

Immaginate di essere una spugna, una calamita, un sintetizzatore, un artista, un ladro, un figlio di puttana, un poeta, un amante innamorato in mezzo alla rivolta, un jukebox all’idrogeno, un bluesman metropolitano, un dissidente solitario, lo sceriffo e il fuorilegge, Faulkner, Hemingway, Shakespeare che osserva l’inverno attraverso gli occhiali da sole e altre forme di esplosione psichica.

Immaginate di cantare la pace con Martin Luther King, di porci e di armi nucleari con Kennedy, di Ku Klux Klan e di neofascismo impegnato alla caccia delle streghe, di manganelli e di gente appesa agli alberi.

Immaginate che per farlo rompete tutte le regole della canzone, togliendo la poesia alle accademie, spalancando le finestre delle biblioteche, sparando poesia nel cosmo, alla radio e nei letti degli amanti.

Immaginate di diventare il re del folk, amato e idolatrato, le vostre parole sono speranza per gli ultimi e i derelitti, un treno lanciato contro l’ingiustizia, una Madonna di Raffaello alla dignità.

Vi chiamano il Menestrello d’America, il poeta dei diritti civili, il profeta della libertà, il portavoce di una generazione. I giornalisti rovistano nei bidoni della spazzatura davanti casa per valutare la vostra coerenza. Cosa mangia? cosa legge? Cosa significano cinque spazzolini da denti usati ed un tubetto di dentifricio ancora intatto?

Bringing it all Back home (1965) – Highway 61 (1965) – Blonde on Blonde (1966)

Avete 24 anni e state per far saltare tutto in aria. Avete pianificato tutto. Lo avete già scritto, cantato, annunciato: It’s all over now, Baby Blue. E’ tutto finito Baby Blue.

Vi chiameranno Giuda!, traditore, vi punteranno il dito come a un soldato disertore, diventerete il nemico, il cane bastardo, l’ingrato, lo stratega, l’affabulatore, il genio della menzogna, il manipolatore, Sua Maestà Riccardo III: il feroce rapace in mezzo a un branco di rapaci.

Ma lo farete, contro tutto e contro tutti. E’ inevitabile.
Quei vostri amici di Liverpool bisbigliano di avventure, pasticciano coi suoni, amplificano visioni. La vostra vita è troppo chiara, la gabbia è vuota e corrosa, una tazza spezzata, una vacca da spremere, una mano piena di pioggia.
Lo farete e sembrerà un suicidio, pochi capiranno, passeranno anni. Dio chiese ad Abramo di uccidere suo figlio. Mostrate la gola al coltello degli angeli. Niente sarà più lo stesso.

Arsenico e chitarre elettriche, un rullante che spalanca le porte come due occhi sgranati sulla realtà. Il cavallo cromato cavalca verso l’inferno, il fantasma dell’elettricità urla nelle ossa, la discesa è iniziata, la ragazza che vestiva bene sta rotolando negli abissi, come Cristo senza alibi, invisibile, senza più segreti da nascondere.

Blood on the Tracks (1975) – Desire (1976) – Street Legal (1978)

Immaginate un terribile incidente in moto, siete rinati, non-morti, superstiti di un mondo che volete lasciare. La danza del furore, le canzoni, le illusioni, siete stanchi e frastornati. Immaginate un amore infinito, dieci anni il quinto giorno di maggio, immaginate un sognatore di cavalli in preda alla tristezza, la geografia dell’anima in un topless bar, cameriere e mogli di falegnami, un cuscino pieno di lacrime.

Chiedete alla signora dagli occhi tristi se esiste l’anima gemella, se sa curare i fiori, chiedetele che cosa è disposta a rischiare quando il sole si abbassa sulla pianura e i velieri faranno ritorno. Cercate tra i suoi braccialetti d’argento e tra i fiori nei suoi capelli, chiedetele dei suoi viaggi a Tangeri e del Vietnam che divora il paese, chiedetele quanto è capriccioso il destino.
Immaginate un quadro incomprensibile per bellezza, dove lo spazio e il tempo collassano nel prima e nel poi, come le parole vive di un poeta italiano del XIII secolo. L’amore è una cosa semplice o forse è solo buona volontà.


Ci avete provato, vi siete spinti dall’oceano infinito fino alle spiagge sulla costa, avete giocato a carte con il fante di picche e la regina di cuori. C’è un demone sfuggito, l’Uragano è in gabbia, i ghetti sono in fiamme. Chiedetevi dov’è che state andando Lincoln County Road o Armageddon? Il cowboy sta morendo sul fiume all’imbrunire.

Oh Mercy (1989) – Time Out of Mind (1997) – Rough and Rowdy Ways (2020)

Immaginate il fiume Mississippi che scorre oscuro verso sud e voi alla guida di un camion con una chiesa sopra. La strada si stende profonda verso l’orizzonte, restate calmi, leggete i segni. Alla radio da New York, le ragazze di Soho, Greta Garbo e Cary Grant sfilano come fantasmi in processione fra le ombre della luce lunare. E’ la fine di tutto, non c’è modo per ricominciare, ogni cosa è rotta. E’ tempo di ripartire.
Immaginatevi in piedi all’ingresso della vecchia sala da ballo dove le donne galleggiano nè vive nè morte, nella palude della battaglie violente, l’umanità scivola nella fogna, è questione di tempo o di orgoglio.
Ricorderete gli amici e la gioia? Saprete sentire il calore quando le rughe solcheranno il viso? Ecco com’è quando le cose si disintegrano.

Immaginate quell’uomo coi piedi nel fango, guardatelo osservare il cielo.
Non è venuto a vendere fumo o alibi, non lo ha mai fatto. Quell’uomo è vestito di nero, porta il silenzio profondo del tuono, ha attraversato il fuoco umido dell’inferno, ha il sangue nella voce, la terra sulle mani, le radici, il cielo.  Immaginate quell’uomo vestito di nero è tornato senza cavallo per percorrere un ultimo tratto di strada impossibile. Soffrirà in silenzio, non farà rumore, in un serata incantata canterà per un ultima volta.


Passerà questa primavera di maschere, questo inverno del cuore, l’innocenza perduta, la verginità strappata a Dallas, a Memphis o in un letto di ospedale. Guardate le immagini sul muro, l’apocalisse di un mondo che galleggia trasfigurato nel vuoto.
Sussurrate parole disperate, non chiudetevi mai. Suonate John Lee Hooker e Jimmy Reed, suonate Stan Getz, Thelonious Monk e tutti i tossici del Jazz, suonate per il reverendo Martin Luther King, suonate per me e per Marylin Monroe.

Qualcuno ha detto che siamo in un pianeta con un solo abitante. A una altezza a cui gli altri non respirano. Qualcuno ha detto che la poesia è un uomo nudo. Qualcuno dice che Bob Dylan è un poeta.

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